EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE
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Stagione 2016/2017

PORCILE

Locandina:

DI PIER PAOLO PASOLINI

REGIA VALERIO BINASCO

SCENE LORENZO BANCI

COSTUMI SANDRA CARDINI

MUSICHE ARTURO ANNECCHINO

LUCI ROBERTO INNOCENTI

CON (IN O. A.) VALENTINA BANCI, FRANCESCO BORCHI, FULVIO CAUTERUCCIO, PIETRO D’ELIA, ELISA CECILIA LANGONE, MAURO MALINVERNO, FABIO MASCAGNI, FRANCO RAVERA

TEATRO METASTASIO DI PRATO/ TEATRO STABILE DEL FRIULI VENEZIA GIULIA

CON LA COLLABORAZIONE DI SPOLETO58 FESTIVAL DEI 2MONDI

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Date e Info: merc. 1 e giov. 2 marzo (ore 21)

Scheda:

questo Porcile lascia il segno
Andrea Porcheddu, “glistatigenerali.com”

Pier Paolo Pasolini scrive Porcile nel 1966 (e nel 1969 lo traspone nel film omonimo) costruendo, con il suo personale stile, libero e provocatorio, una potente metafora dell'impossibilità di vivere la propria diversità, preservando l’intima natura di se stessi dalla società cannibale.
Con la dichiarata intenzione di cogliere del dramma il lato squisitamente umano, Valerio Binasco, vero talento della regia italiana, ne trae uno spettacolo poetico e struggente, interpretato con estrema grazia, che, lontano da intellettualismi e letture ideologiche, restituisce l’opera a un pubblico largo, popolare.

Porcile”, sintetizza Binasco, “non fa prigionieri. Condanna tutti, dal primo all'ultimo.” È la favola senza via d’uscita di un ragazzo costretto a vivere la propria inclinazione come un inferno personale mentre intorno a lui le persone impazziscono di dolore perché non riescono a trattenerlo sull’orlo del precipizio.
Siamo nella Germania post-nazista: Julian, figlio di una coppia della borghesia industriale, rifiuta radicalmente la famiglia e le relazioni con i coetanei mentre trova nel porcile paterno l’amore scandaloso che riconosce come unica scintilla di vita pura.

Mentre accentua con delicatezza la sensibilità del protagonista, la regia tratta con comprensione anche i genitori e la giovane aspirante fidanzata, visti come altre vittime di questa depravazione che si rivela una estrema forma d’amore. Ne emerge un affresco inquietante, duro, doloroso e, a suo modo, anche scomodo, perché disorienta il pubblico più abituato al Pasolini della parodia ideologica e recupera un dramma familiare classico, raccontato con pietà e senso di tenerezza.

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