EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE
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Stagione 2010/2011

ASPETTANDO GODOT

Autore: Samuel Beckett
Locandina:

di Samuel Beckett
versione italiana Carlo Fruttero
con Ugo Pagliai, Eros Pagni, Gianluca Gobbi, Roberto Serpi, Alice Arcuri
regia Marco Sciaccaluga
scena Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl
costumi Catherine Rankl
musiche Andrea Nicolini
luci Sandro Sussi
Teatro Stabile di Genova


Date e Info: da giovedý 24 marzo a domenica 27 marzo 2011

Scheda:

Rileggendo Beckett "senza pregiudizi", Marco Sciaccaluga mette in scena Aspettando Godot, il celebre testo divenuto, in poco più di cinquant'anni, un classico della letteratura teatrale. Prodotto dal Teatro Stabile di Genova - e fortemente voluto dal suo direttore, Carlo Repetti - lo spettacolo è anche una straordinaria opportunità di incontro fra due maestri indiscussi della scena italiana, Eros Pagni e Ugo Pagliai, a cui si affiancano tre giovani promettenti interpreti usciti dalla Scuola di Teatro dello Stabile: Gianluca Gobbi, Roberto Serpi e Alice Arcuri, Premio Hystrio 2006 come migliore attrice esordiente.
"Non c'è nulla di più comico della tragedia" scrive Beckett. E Aspettando Godot è, appunto, una tragicommedia, costruita intorno ad un'attesa, di cui sono protagonisti due strani esseri umani, due clochard accampati sotto un albero spoglio in una deserta strada di campagna.
Aspettano l'arrivo del misterioso Godot che sperano possa ospitarli nella sua casa, dove mangeranno e potranno dormire all'asciutto. Estragone e Vladimiro sembrano usciti da una comica del cinema muto, staccati dalla realtà che li circonda e tutti presi dal loro eccentrico mondo interiore, fatto di non-sense e divertenti
paradossi. Come è noto, Godot non arriverà mai ma l'importante, per l'autore, è ciò che accade nell'attesa: per dare a se stessi l'impressione di esistere, i due conducono ragionamenti e compiono azioni del tutto assurdi, in cui le incertezze e i dubbi non sono avversari ma strumenti di cammino, tratteggiando una geniale metafora del non-senso della vita.
Una denuncia feroce ma tranquilla, perché è palese constatazione, emerge dalla lucida ed essenziale lingua beckettiana, che la regia di Sciaccaluga riesce a far vibrare con sensibilità e semplicità, mentre i talenti di Pagni e Pagliai disegnano un'indimenticabile coppia di caratteri: un Vladimiro riflessivo e dalla inquieta malinconia e un Estragone tenero, ostinato, attraversato da lampi di aspra e angosciata violenza.
Scegliendo una scena materica, non stilizzata, una sorta di plein air metafisico dominato dall'albero gigantesco e racchiuso in una campana di vetro come in un museo di storia naturale (opera di Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl), la versione di Sciaccaluga ricolloca il capolavoro di Samuel Beckett in una dimensione grandiosa, profonda e universale, lontano da sterili intellettualismi.


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